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Calo del credito alle imprese. Le strategie delle banche
10 Settembre 2024 Confartigianato Puglia

Come riporta Milano Finanza, l’economia cresce poco o quasi nulla e la Banca d’Italia ha segnalato per luglio 2024 un 3,9% di calo dei prestiti alle imprese, anno su anno. Gli utili bancari sono invece ai record storici da un paio di anni e, anche con il previsto calo dei tassi di interesse, resteranno più che soddisfacenti. Le banche godono dell’ampia forbice tra alti tassi di interesse sugli impieghi e un basso costo della raccolta retail, cioè quella da famiglie e piccole imprese, remunerata quasi a zero; mentre il mercato monetario, sostanzialmente privo di rischi (i Bot a breve termine, tanto per intendersi) sta garantendo almeno un 3%. Ben più costosa la raccolta presso grandi investitori, che diversamente si indirizzerebbero altrove. Dopo molti anni, per le banche commerciali è tornato il cosiddetto mark-down, cioè la parte di redditività che si forma tra il costo medio ponderato della raccolta e gli impieghi senza quasi rischio di credito. Quando i tassi erano pari a zero, il mark-down era scomparso. Diversamente, il mark-up parte dal costo della raccolta e sale se la banca investe in forme di impiego più rischiose, a partire dal credito a famiglie e imprese. Ora il credito è fermo o in calo, come evidenziano le analisi di Confindustria e di Banca d’Italia. Conseguenza, solo in parte, dell’aumento del costo del denaro: ovvio che con i mutui passati dal 2% al 4-5% gli acquisti di case e gli investimenti rallentino. Ma la crescita dei tassi è iniziata da 2-3 anni, mentre la tendenza decrescente dei prestiti è almeno decennale. Eppure sono sempre aumentati i risparmi e i depositi bancari delle famiglie, che formano il grosso della raccolta bancaria.

Secondo Milano Finanza, dunque, devono esserci altri motivi che spiegano il calo del credito. Il primo: dopo i picchi delle sofferenze, quasi triplicate dal 2007 al 2013, le politiche creditizie, i sistemi di rating e di ponderazione dei rischi sono diventati molto più restrittivi. Scelta volontaria o imposta dalle autorità di vigilanza per rafforzare il settore, quando diverse banche, in Italia e in Europa, stavano saltando. Questa è stata la prima mazzata sul credito.

Con i tassi a zero, poi, non c’era convenienza a vendere la merce denaro in forma di prestiti, la cui erogazione, gestione e controllo costa comunque in termini organizzativi e di assorbimento di capitale. Meglio tagliare i costi e investire all’ingrosso su un minor numero di clienti o in titoli (possibilmente sicuri). Tutti a cercare commissioni, da wealth management e servizi per high net worth individuals. Erogare crediti? Anche no, grazie. Era questa la filosofia imperante.

Il terzo motivo del calo, meno studiato (anche da Banca d’Italia), ma molto delicato, è il cambiamento della struttura dell’offerta. Le prime 4-5 grandi banche italiane fanno 1’80% circa del mercato. Non si chiamerà oligopolio, ma lo è di fatto. Scomparse o assorbite quasi tutte le banche medie ed ex popolari, a Bergamo, Brescia, Lodi o Verona il medio imprenditore che ben conosceva ed era noto alla direzione generale o all’amministratore delegato della banca leader (che era locale), si trova oggi come interlocutore se gli va bene, un direttore di zona, che non lo conosce approfonditamente e che per fare carriera deve fare la trottola. Non è la stessa cosa. A prescindere dal rischio di relazioni improprie, non c’è più il sostegno della banca con una vera e forte autonomia e conoscenza locale. Sostegno determinante per la nascita di distretti come la siderurgia bresciana, di importanti imprese in tanti altri settori industriali, che non sarebbero diventate quello che sono se, 20-25 anni fa, non avessero avuto la fiducia, anche con rischi significativi, della media banca locale. Ora, chi è già diventato grande, come Brembo per dirne una, sta sopra la mischia. Ma i medi e piccoli imprenditori di oggi non hanno più interlocutori bancari analoghi ai loro predecessori. Sulla dimensione dei fidi e sul costo del denaro, devono accettare le condizioni delle 3-4 grandi banche sulla loro piazza, dettate da uffici centrali che stanno altrove. Nessuna forzerà il rating interno, farà l’eccezione sui tassi o darà un fido oltre norma alla pur eccellente impresa locale. Il ratio Rorac (Return On Risk Adjusted Capital, rendimento sul capitale rettificato per il rischio) comanda su tutto. Per massimizzarlo, ci vogliono più commissioni e servizi, meno prestiti alle imprese. Se poi si parla di microimprese non c’è nemmeno più il vecchio capo filiale e gestore, che conosceva tutti e le cui priorità sono diventate altri business e altre fasce di clienti.

Certo, è pur vero che l’evoluzione del sistema bancario richiedeva nuovi modi di gestione. Cambiamenti nell’interesse, in primis, delle banche e forse dei clienti che possono avere una certa forza negoziale. E una spinta per le imprese italiane a diventare più grandi. Il non detto è che le piccole devono arrangiarsi. La tipicità del sistema italiano con tantissime pmi tenderà ad uniformarsi al resto d’Europa, a maggior ragione se il sistema finanziario Ue andrà sempre più verso regole comuni. Meno facile uniformare le teste degli imprenditori, tra Perugia e Amsterdam. I grandi sufficientemente meritevoli, avranno sempre credito. Ma per altri potrà valere la media dei polli: c’è chi ne mangia due e chi zero.

Piuttosto amara la conclusione derivata dall’analisi fatta da Milano Finanza, che però rappresenta la verità dello stato delle cose: prestare denaro non conviene più, e soprattutto, con il dato di fatto dell’oligopolio bancario ormai presente in Italia, e la scomparsa o l’assorbimento di molte banche popolari e crediti cooperativi locali, è diventato ancora più complicato erogare denaro alle piccole e medie imprese. Le quali, per quanto eccellenti e magari punte di diamante delle filiere produttive locali per competitività, sulla carta non possono vantare rating interni come richiesti dalle norme stringenti norme bancarie, dunque non ci saranno eccezioni sui tassi o nel concedere un fido oltre norma.

Ma in un Paese come l’Italia, costituito oltre il 95% da piccole o piccolissime imprese, questo rappresenta un danno enorme al sistema industriale e imprenditoriale. L’intero sistema-Paese si regge sulle Pmi: elargire col contagocce il credito alle imprese, significa strozzare l’economia del Paese. Le banche sono in una fase di grandi aggregazioni e di norme severe da rispettare (la ponderazione dei rischi è aumentata e le banche devono attenersi a regole più severe di elargizione del credito), dunque è normale che il panorama creditizio sia mutato. Se a questo si aggiungono le crisi derivate dalla pandemia, i tassi a zero e l’inflazione, è più che evidente che gli istituti di credito hanno deciso di puntare su altri prodotti, più performanti e remunerativi, tagliando i costi e investendo all’ingrosso su un numero minori di clienti o titoli. Poco propensi all’erogazione di credito, soprattutto verso realtà piccole. A maggior ragione se la struttura dell’offerta è cambiata, con la chiusura di molte filiali, in cui i rapporti personali (sempre nei limiti del lecito) tra imprenditori e funzionari bancari fruttavano aperture di credito, e fiducia.

Ora che tutto questo è mutato, le ragioni delle banche sono certamente evidenti e comprensibili. Ma questa è davvero una magra consolazione per tutte le Pmi del Paese che vedono condizioni creditizie al limite della sopravvivenza, in cui a essere premiati sono sempre i più grandi. E pochi.

Ma è evidente che un trend di questo tipo, con l’inaridirsi del credito bancario al sistema produttivo, denunciato già da molti anni, rischia di tarpare le ali alla seconda economia manifatturiera europea, e ai livelli occupazionali e di sviluppo di un’intera nazione, che basa la sua prosperità proprio sulle piccole imprese colpite dal credit crunch.

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